C.T.U. deducente, percipiente e limiti ai poteri del giudice di accertamento dei fatti

Cass. Civ., Sez. Lavoro, sent. del 21.11.2014 n. 24888

Fermo restando che l’accertamento demandato al consulente tecnico richiede pur sempre cognizioni extragiuridiche, in quanto tali estranee alla formazione professionale esigibile dai giudice, questi può affidargli non solo l’incarico di valutare i fatti da lui stesso appurati o dati per esistenti (consulenza deducente), ma anche quello di accertare fatti che non possano essere verificati diversamente (consulenza percipiente). A tale riguardo la giurisprudenza di questa S.C. è antica e costante (cfr., e pluribus, Cass. n. 4792/13; Cass. n. 6155/09; Cass. n. 13401/05 e Cass. S.U. n. 9522/96). Ulteriore corollario è che, ove i fatti rilevanti ai fini del decidere siano astrattamente suscettibili di verifica anche mediante prove documentali o storico-dìchiarative ammissibili e rilevanti, ritualmente chieste e coltivate dalle parti, il giudice non può negarle preferendo affidarsi unicamente ad una consulenza tecnica d’ufficio. In breve, il principio per cui spetta al giudice individuare i mezzi istruttori più idonei all‘accertamento dei fatti trova il proprio limite nel diritto alla prova delle parti, sempre che non abbiano chiesto mezzi probatori inammissibili, irrilevanti o sovrabbondanti.

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