Responsabilità oggettiva della compagnia per fatto illecito dell’agente di assicurazione

[PARERE] Nell’ipotesi di fatto illecito dell’agente assicurativo di zona, il quale, senza averne il potere, stipula false polizze vita per conto della Compagnia di assicurazione (incassando i relativi premi) e poi fugge all’estero facendo perdere le proprie tracce, è possibile rilevare una responsabilità oggettiva in capo alla Compagnia di assicurazione?

Un risparmiatore stipulava con una compagnia assicurativa, a mezzo dell’agente generale di zona, una polizza vita con rendita annua. Come previsto dal contratto alla scadenza del primo anno egli avrebe avuto diritto al pagamento del rateo pattuito che, tuttavia, non veniva corrisposto.
La società sarebbe, quindi, responsabile per inadempimento contrattuale e tenuta alla restituzione del capitale oltre al risarcimento del danno subito dal risparmiatore.
Sennonchè si scopre che la polizza non era mai stata trasmessa dall’Agente alla compagnia, nè da questa approvata e che l’agente era fuggito all’estero con i risparmi di tanti altri risparmiatori truffati

Sembrano sussistere nel caso di specie i presupposti per l’applicazione della disciplina generale che, a tutela dell’incolpevole affidamento del terzo, sancisce la responsabilità del dominus apparente per fatto illecito del falsus procurator.
Secondo la giurisprudenza della S.C. il principio dell’apparenza del diritto è invocabile quando l’affidamento del terzo sui poteri del falsus procurator è incolpevole e cioè quando il terzo di buona fede tiene un comportamento rispettoso della ordinaria diligenza.
Nel caso di specie una vasta serie di elementi impedivano al contraente di dubitare della professionalità dell’agente e del fatto che egli potesse usare il nome della Compagnia per fini illeciti. Ed infatti egli operava in una struttura che riportava il nome della Compagnia sull’insegna e che era conosciuta dall’utenza come Agenzia della Compagnia stessa, tant’è vero che sia lui che altri suoi conoscenti avevano in quella sede già stipulato dei contratti assicurativi. Ed inoltre in quella struttura erano presenti arredamenti, manifesti, modelli, materiali, volantini, brochure con i loghi della Società, tutti autentici, perché lo stipulante era realmente un Agente della compagnia. Anche i modelli usati per la stipula del contratto erano originali, timbrati e firmati dal “vero” Agente Generale della Compagnia.
Vi è anche da precisare che l’attore non era tenuto a esigere che l’agente giustificasse i suoi poteri, in quanto, ai sensi dell’art. 1393 cod. civ., tale richiesta rientra nelle facoltà e non negli obblighi del terzo contraente. Tale principio si applica anche quando, come nel caso di specie, la procura sia sottoposta a speciali forme di pubblicità.
Ed infatti Cass. n. 408 del 12.1.2006, richiamando anche Cass. 29/04/1999, n. 4299; Cass. 19/09/1995, n. 9902; Cass. 03/03/1994, n. 2123, sostiene che “Il principio dell’apparenza è suscettibile di trovare applicazione nel caso in cui il soggetto rappresentato è una società di capitali ed il terzo può verificare l’esistenza dei poteri rappresentativi del soggetto che agisce in nome e per conto della società attraverso i mezzi speciali di pubblicità previsti dalla legge” e che non è condivisibile l’opposto orientamento, “secondo il quale la presenza di un sistema di pubblicità, che provvede ad informare sia in ordine ai soggetti legittimati a spendere il nome della società che in ordine ai limiti di tale legittimazione, preclude al terzo la possibilità di invocare il principio dell’apparenza per vincolare la società, perchè limita irragionevolmente il principio alle ipotesi marginali nelle quali la società si avvale di rappresentanti estranei alla sua organizzazione”.
La ratio di tale impostazione è da ricercarsi nel fatto che, in ipotesi di rappresentanza senza potere, si pone l’esigenza di tutelare la buona fede del soggetto che abbia fatto affidamento sulla situazione di apparenza. Per converso, e per i motivi di seguito esposti, il dominus deve ritenersi responsabile in solido con il proprio – apparente – rappresentante. Di recente il Tribunale di Milano (Tribunale di Milano, Sez. XII, 22 – 28 marzo 2007) ha ritenuto si versasse in una situazione di apparenza colpevole – come tale giustificante la tutela garantita al terzo di buona fede – per il fatto che il dominus apparente avesse permesso ad una società consorella, rappresentante apparente, di disporre del suo timbro. Il Tribunale di Milano in altri termini, aveva ravvisato in tale circostanza delle ragioni più che valide a legittimare la tutela del terzo che, dal canto suo, aveva riposto fiducia nella situazione esistente.
L’attribuire rilevanza all’apparenza a fini di tutela della posizione del terzo incolpevolmente ignaro si giustifica in base a principi di solidarietà sociale che, nel campo giuridico, attribuiscono prevalenza al principio della tutela dell’affidamento.
Tali principi si applicano a fortiori quando, come nel caso di specie, le parti del contratto si distinguono per il diverso grado di conoscenza delle pratiche commerciali e della normativa vigente in materia di assicurazioni e contratti, in quanto, da un lato vi è un operatore professionista, dall’altro, un consumatore, un profano, il quale, proprio in virtù delle sue scarse conoscenze in materia economica e giuridica, si rivolge all’esperienza di terzi.
Quindi la responsabilità del dominus apparente può essere, tra l’altro, ricondotta al rischio d’impresa. Tale rischio non può ricadere sul contraente debole ma deve essere addossato a chi sceglie l’agente, se ne avvale traendone vantaggio e può tradurre il rischio stesso in costo.
Le considerazioni fin qui esposte sono valide, invero vi anche è giurisprudenza contraria.

A tutela della posizione del risparmiatore si può in ogni caso configurare la responsabilità della compagnia di assicurazioni ex art. 2049 cod. civ..

L’art. 2049 cod. civ. prevede la responsabilità di padroni e committenti per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti. La citata norma è riferibile anche alle ipotesi di atto illecito del collaboratore autonomo, non legato al preponente da un rapporto di lavoro subordinato.
A conforto della tesi qui riferita il più recente orientamento della S.C. ha adottato il principio per cui la Compagnia assicuratrice, avvalendosi dell’attività dell’agente, “è tenuta a rispondere dei danni da lui commessi nell’incombenza affidatagli per il disposto dell’art.2049 c.c. (Cass. 19 dicembre 1995 n. 12945; 27 giugno 1984 n.3776), essendo irrilevante che non sussista un rapporto di lavoro subordinato tra l’agente ed il preponente (Cass. 21 giugno 1999 n.6233; v. anche Cass. 17 maggio 1999 n.4790)” (cfr. Cass. Civ. II sez 4005/2000 del 3.04.2000).
Ad abundantiam si richiama anche che Cass. 21 giugno 1999 n.6233, la quale afferma che “la responsabilità del preponente ex art. 2049 c.c. si fonda sulla mera circostanza dell’inserimento dell’agente nell’impresa, senza che assuma, all’uopo, rilievo, il carattere della continuità, o meno, dell’incarico affidatogli – essendo sufficiente, per converso, che il comportamento illecito del preposto sia stato agevolato o reso possibile dalle incombenze a lui demandate dall’imprenditore – e senza che, ancora, risulti necessaria la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra l’agente ed il preponente” (cfr. Banca dati Platinum, in massima).

V. anche:

Polizze vita: Responsabilita extracontrattuale del preponente per il fatto dell’agente (art. 2049 cod. civ. – principio dell’apparenza e affidamento incolpevole)